Le dimissioni come atto di coraggio

sabato 11 marzo 2023

6 minuti

Le dimissioni come atto di coraggio

Tre giovani professioniste che hanno deciso di mettere un punto

Di Big Quit e Great Resignation si è già parlato molto in questi ultimi mesi. Non esiste, da parte mia, alcuna pretesa di completezza e nemmeno l’obiettivo di fare ulteriore luce su un tema che una propria luce la possiede già – e anche bella forte. Ciò che vorrei fare, invece, è dare voce a testimonianze genuine di quanto un ambiente non sano sia in grado di influire sulla scelta – piuttosto radicale – di abbandonare un lavoro che si ama alla ricerca di sensatezza, nuovi stimoli e benessere psicologico.

Ho avuto la possibilità di parlare con alcune giovani professioniste che, in momenti diversi della loro vita, hanno abbandonato un luogo di lavoro complicato, accogliente solo all’apparenza. Una gabbia dorata fatta di spumeggianti feste aziendali e benefit solo supposti che, nel continuare a stringersi, toglieva loro sempre più ossigeno. Giovani donne che hanno capito qualcosa che non tutti hanno avuto il coraggio di ammettere a loro stessi: lasciare un posto di lavoro è un atto di coraggio, non una sconfitta.

L’environment: l’agenzia

Chiunque abbia mai messo piede in un’agenzia di comunicazione – o in un’agenzia pubblicitaria – conosce perfettamente l’energia che questo luogo è capace di sprigionare. Qui si concentra il talento di tantissimi – e spesso giovanissimi – professionisti: grafici, copywriter, web designer e molti altri ruoli lavorano a stretto contatto producendo quanto di più creativo il mondo del lavoro possa offrire. Gli uffici veri e propri, solitamente, sono tra i più gradevoli che abbia avuto modo di vedere: calcio balilla, ping-pong, zone relax, tanto colore sui muri e sulle scrivanie e spazi pensati per lavorare a proprio agio in ogni condizione. Ma non è tutto rose e fiori, sia chiaro. Chiunque abbia lavorato in un’agenzia di comunicazione per più di un mese può raccontarvi quante spine ci siano tra quelle rose. Tempistiche spesso ridotte, budget limitati, clienti insistenti e risorse non sufficienti sono solo alcuni degli elementi che contribuiscono a nutrire senza sosta un mostro dello stress che di questi talenti è ghiotto.

Il mondo della pubblicità è consapevole di questa situazione, al punto di arrivare ad autodenunciarsi durante la propria kermesse annuale di Cannes, dove questo mondo smette di girare per qualche giorno e le luci dei riflettori si concentrano su sudatissimi premi leonini. Kill Your Darlings è la storia di Anouk Jans, giovane art director in cerca di risposte e di cambiamenti positivi, ed è una mezz’ora che chiunque lavori con la creatività dovrebbe prendersi per riflettere sul tema.

Iscriviti alla nostra newsletter

cliccando su ‘invia’, accetti la nostra privacy policy

Ma veniamo a noi. Ho incontrato tre donne con incarichi creativi all’interno di un’agenzia lombarda e ho posto loro qualche domanda. Quando ci siamo visti, ho promesso che non avrei utilizzato né i loro nomi né i loro ruoli. Mi sembra giusto tutelarle quanto mi sembra giusto tutelare il luogo dove hanno lavorato.

Perché hai lasciato il tuo lavoro?

S: Ho lavorato in agenzia per nove anni. Dopo tutto questo tempo, al contrario di quanto sostenuto nel nostro ambiente, una persona non se ne va perché se ne vanno le altre persone con cui lavora, ma se ne va perché le dinamiche non sono più le stesse. Certo, c’era la volontà di scoprire cosa ci fosse fuori, ma soprattutto c’era l’immobilismo dentro da affrontare tutti i giorni. Da quando sono entrata, ho sempre percepito le loro posizioni come antiquate. Per me era insopportabile pensare che professionisti giovani, capi giovani, non fossero allineati con quello che succedeva al di fuori dell’agenzia. Quel che mi sono detta, a un certo punto, è stato Io sono cresciuta, il mondo del lavoro è cambiato, il mio ambiente lavorativo invece no. Per dirne una: ancora oggi, come nove anni fa, si ha la stessa paura che i dipendenti non lavorino. Per questo il periodo del Covid è stato molto difficile e lo smartworking non era concesso né contemplato.

L: Ci siamo avvicinati a un punto di non ritorno a partire dalla scorsa estate, quando vengo convocata in ufficio da uno dei capi dell’agenzia e avviene l’ennesima discussione su temi lavorativi “intrecciati” con questioni personali. L’escalation è veloce e, dopo una lettera di contestazione disciplinare, passiamo addirittura per vie legali. Mi sono sentita come se mi stessero accompagnando all’uscita, senza però esplicitarlo completamente.

A: Lascio il mio posto perché le condizioni in cui lavoravo non rispettavano più la mia ambizione, perché non mi sentivo valorizzata e perché le persone che stavano sopra di me non potevano darmi quel valore aggiunto che mi serviva per crescere, non potevano offrirmi un piano di crescita definito e percorsi adeguati di formazione. Mi sono ritrovata a fare tutto e di tutto, anche attività completamente nuove senza qualcuno che mi spiegasse come portarle avanti. Si sentiva la mancanza di una leadership forte ed empatica, capace di riconoscere i meriti di chi dedicava la propria intera giornata – e oltre – al lavoro. Non mi è mai dispiaciuto lavorare molto, ma l’equilibrio tra lavoro e vita privata viene prima di tutto. Devo poterlo gestire io, non deve essere un’imposizione.

Cosa mancava nel tuo ambiente di lavoro?

S: Mancavano tante cose. Mancava la fiducia, innanzitutto. Ma se mi assumi, devi fidarti di me. Se non lo fai, stai sbagliando qualcosa. Al contrario, eri tu che dovevi credere nell’agenzia come se fosse una fede, un dogma, una verità indiscutibile, altrimenti eri libero di andartene. Anche di più: eri lentamente messo nelle condizioni di andartene, ma poi, nel momento in cui lo facevi, avevi “tradito la famiglia”.

L: Mancava l’autonomia nel gestire il proprio lavoro e nell’organizzare tempistiche e modalità. Mancava la valorizzazione della persona prima ancora che del dipendente. Avevi la sensazione di non essere indispensabile, di non essere nemmeno utile. Nessuno ti diceva mai “ottimo lavoro”, nessuno ti dava una minima gratificazione se non difronte al cliente.

A: Si sentiva la mancanza di una struttura di riferimento, di chiarezza di ruoli a cui rivolgersi e di responsabilità connesse. Non c’era la passione di condividere gli obiettivi con i propri team, era solo un continuo pedalare, ma senza capire il perché e senza nemmeno chiederselo. Il lavoro – specialmente quello creativo – si basa sulla passione, sulla condivisione, e se manca questo tipo di condivisione, la creatività muore.

Come definiresti l’ambiente in cui hai lavorato?

S: Più che complicato, non particolarmente adatto alla crescita e a chi è alle primissime esperienze. Io stessa, per tanto tempo, ho fatto molta fatica a chiedere un giorno di permesso. Che io sappia, per esempio, nessuno ha mai chiesto davvero un aumento. La formazione è un altro tema. Ci si aspetta che tutti siano preparati sotto ogni aspetto, ma vengono forniti corsi non all’altezza e più di una volta ho dovuto cercare personalmente una formazione adeguata.

L: Un ambiente dove purtroppo non è la meritocrazia a definire la crescita, ma altri parametri. Esistono anche grandi disparità di trattamento tra le persone che sono in agenzia da anni e coloro che sono arrivate da poco, magari scelte direttamente da un responsabile piuttosto che da un altro. Questo non aiuta di certo a creare coesione tra i dipendenti, tutt’altro.

A: L’agenzia di comunicazione è un ambiente molto interessante dove lavorare, dove non si spegne il cervello, dove non si rischia di diventare un automa. Un lavoro che ti sprona ad avere idee nuove, a metterti in gioco, a fare network, ad arricchirti professionalmente, capace di farti vivere delle grandi esperienze. Nonostante i ritmi intensi, la qualità resta fondamentale, per questo non si può trasformare la creatività in una catena di montaggio.

E ora come va?

S: Molto meglio, soprattutto psicologicamente. Non ci sono le pressioni di prima, c’è grande fiducia, ma soprattutto ci sono persone che riescono a riconoscere il valore del tuo lavoro. Chiaramente anche questa azienda ha i suoi problemi, come tutti i posti di lavoro, ma io sento che la qualità di ciò che faccio è più alta, finalmente lavoro come dovrebbe essere giusto lavorare.

A: Una volta che superi l’idea di doverti tenere a tutti i costi un lavoro perché sei giovane, inizi a non accontentarti. Una volta che prendi possesso delle tue capacità, una volta che ti rendo conto di cosa sei in grado di fare, trovi la forza di cambiare. Il cambiamento fa paura, è vero, ma non necessariamente deve essere immediatamente positivo. Avere la possibilità di commettere errori ti fa stare bene. Ma oltre a questo, mi rasserena l’idea che io possa cambiare e raggiungere ciò che voglio. Il lavoro è una parte molto importante della mia vita e può essere anche un motivo di arricchimento della vita non professionale.

Ciò che scaturisce immediatamente dall’incontro con queste tre lavoratrici è la maggiore attenzione che hanno voluto dare a se stesse.
Non solo meramente in termini di ore passate a lavorare, ma anche e soprattutto in termini di qualità del tempo, di motivazione, di spazio per poter esprimere il proprio potenziale in contesti nuovi e più favorevoli alla loro realizzazione. Questo è il well-being che lavoratrici e lavoratori – giovani, soprattutto – stanno cercando. Non si tratta semplicemente di creare una sala relax più grande o di montare un tavolo da ping-pong. Questo non basta. E no, non basta nemmeno piazzare uno scatolone dei suggerimenti di fronte alla reception.

È arrivato il momento di uscire dagli uffici di direzione e di andare in mezzo ai dipendenti, a coloro che lavorano con voi e per voi, e di ascoltare i loro bisogni con onestà e trasparenza.

Davvero però, mica tanto per farlo. Solo così si possono creare insieme le condizioni per un lavoro soddisfacente e per collaborazioni ricche, durature e dense di significato. Solo così può esprimersi il vero, autentico e cristallino potenziale delle persone all’interno della vostra organizzazione, a ogni livello.

Provare per credere.

Altre risorse

Well-being

Per molto tempo si è pensato che il well-being non fosse una priorità per le aziende, per alcune è ancora così. Provocazione? Dato di fatto? Poco importa, perché non è questo il punto.

Scopri il nostro prodotto

Well-being

Per molto tempo si è pensato che il well-being non fosse una priorità per le aziende, per alcune è ancora così. Provocazione? Dato di fatto? Poco importa, perché non è questo il punto.

Scopri il nostro prodotto

Well-being

Per molto tempo si è pensato che il well-being non fosse una priorità per le aziende, per alcune è ancora così. Provocazione? Dato di fatto? Poco importa, perché non è questo il punto.

Scopri il nostro prodotto